Roma e l'Acqua

Roma e l’acqua hanno un legame indissolubile da sempre, sin dall’atto fondativo della città la cui notissima storia è connessa profondamente al Tevere. Le sue acque, secondo la leggenda, salvarono Romolo e Remo conducendoli placidamente verso la lupa. Nella sua valle, secondo le fonti storiografiche, si sviluppò il nucleo originario della città.
Il fiume con la sua acqua fu sufficiente a dissetare per oltre quattro secoli una città in continua espansione e veniva venerato come padre e come dio, il Pater Tiberinus, a cui fu dedicato un tempio sull’isola Tiberina ed una festa di culto, la Tiberinalia. Altre divinità legate all’acqua venivano venerate nella Roma arcaica, le Ninfe, in prossimità delle numerose sorgenti delle acque bulicanti, acque sulfuree che dunque ribollivano, provenienti dall’area vulcanica dei Colli Albani ed apprezzate per il loro potere curativo.

All'interno un itinerario sulle più belle fontane di Roma

Roma regina aquarum

Ma la grande abbondanza d’acqua arriverà a Roma solo con i primi acquedotti, a partire dal 312 a.C. Dopo sei secoli se ne conteranno ben undici, che costituirono il più complesso e vasto sistema idrico che mai città all’epoca avesse conosciuto. Provenienti da sorgenti lontane anche parecchie decine di miglia, perforando i monti e attraversando le valli, tali acquedotti con le loro imponenti arcate, che talvolta sfioravano i 30 metri, facevano arrivare nell’Urbe una tale quantità d’acqua “che scorrevano fiumi per la città”, secondo quanto scrisse Strabone nella sua Geografia, ed ogni cittadino poteva disporre di una quantità d’acqua maggiore rispetto ad un romano attuale. Non a caso Roma era conosciuta all’epoca come regina aquarum.
L’acqua giunta in città seguiva varie strade. Una parte alimentava le immense terme pubbliche dove tutti i Romani potevano andare a lavarsi, rilassarsi e socializzare, e una quantità pressoché infinita di bagni pubblici. Un’altra parte andava alle fontane pubbliche, che erano disseminate in più di mille lungo le vie urbane: era l’acqua a cui attingeva il popolo per bere e da usare in casa, in cucina, nelle botteghe, visto che non esisteva l’acqua corrente. Quest’ultima, invece, era prevista nei palazzi imperiali e nelle case di alcuni patrizi, i quali pagavano una tassa sull’acqua. Il resto dell’acqua andava ad alimentare piscine, fontane monumentali, giardini, ninfei, laghi artificiali e, in ultimo, le naumachie, le grandiose simulazioni di storiche battaglie navali all’interno di grandi bacini naturali o artificiali, o addirittura di circhi, anfiteatri e teatri allagati per l’occasione.
Ma il ciclo dell’acqua non si concludeva qui, dopo l’uso continuava a fluire in condotte sotterranee che raccoglievano l’acqua ormai utilizzata e sporca unendola a quella piovana che ripuliva le strade, e insieme confluivano in grandi collettori, come la famosa Cloaca Maxima che finiva nel Tevere.

Il ritorno al Tevere nel Medioevo

La decadenza dell’Impero compromise l’esistenza stessa degli acquedotti. I Goti, che assediarono ripetutamente Roma nel VI secolo, li tagliarono in modo da assetare la popolazione mentre i Romani assediati ne murarono gli sbocchi per evitare la penetrazione degli assedianti. Accadde così che per tutto il Medioevo l’esigua popolazione rimasta scese dai colli e tornò ad approvvigionarsi all’acqua del Tevere.
Tornarono sulla scena gli antichi acquari o acquarioli, attivi nella Roma pre-acquedotti, che presero il nome anche di acquarenari, acquaricciari o acquamaccari i quali prelevavano l’acqua all’altezza di Ponte Milvio filtrandola e riempendo barili e coppelle, la caricavano su asini o muli e la portavano in giro per la città o a domicilio, vendendola.
L’acqua del Tevere, a differenza di quel che potremmo pensare oggi, era ritenuta buonissima e salubre. Quando Papa Clemente VII Medici si recò solennemente a Marsiglia nel 1533 dal Duca d’Orleans, portò con sé una quantità d’acqua del Tevere che potesse bastargli fino al suo ritorno, per non essere costretto a berne altra peggiore.

L’acqua torna a sgorgare ed è centrale nel riarredo urbanistico ed architettonico della Roma pontificia

Solo con il XVI secolo iniziarono, su iniziativa dei papi, le grandi opere urbanistiche che, grazie al ripristino dei vecchi acquedotti ed alla costruzione di nuovi, dotarono nuovamente la città di abbondanti risorse idriche.
L’acqua divenne così la materia prima per la fantasia di scultori ed architetti e tornò a risuonare in nuove fontane che divennero una delle più suggestive celebrazioni del potere papale. La città così cominciò a riempirsi di fontane, vasche, mostre, fontanili, fontanelle, abbeveratoi in una sorta di gara tra pontefici, ordini religiosi e nobili casate romane a chi commissionava ai cosiddetti fontanieri l’opera più mirabile.
“Bastano le fontane per giustificare un viaggio a Roma” scriveva il poeta inglese Percy Bysshe Shelley. Ed in effetti nella Capitale si contano più di duemila fontane, alcune grandi e scenografiche al centro di piazze – come quella di Trevi, dei Quattro Fiumi a Piazza Navona, la Barcaccia a Piazza di Spagna, quella delle Naiadi a Piazza della Repubblica, dell’Acqua Paola sul Gianicolo – altre piccole e discrete poste in angoli dimenticati o ormai spesso nascoste dietro le macchine in sosta.

Le fontanelle minori (ma non meno affascinanti)

Negli anni Venti comparvero le cosiddette fontanelle rionali, realizzate dall’architetto Pietro Lombardi: delle piccole opere d’arte che ricordano i simboli e le peculiarità degli antichi rioni di Roma. La botte per indicare le osterie di Trastevere, i libri a rappresentare la presenza del palazzo dell’Università nel rione Sant’Eustachio, il timone il vecchio porto di Ripa Grande, le palle di cannone la vicina fortezza di Castel Sant’Angelo, gli artisti per Via Margutta, le anfore per Testaccio.
Nel connubio tra Roma e l’acqua non vanno dimenticati i duemila nasoni (amichevolmente chiamati così dai romani per la loro particolare forma), le fontanelle cilindriche in ghisa. Così sono stati soprannominati per la loro curiosa cannella ricurva che somiglia ad un grosso naso aquilino. Nacquero nel 1874 per iniziativa dell’assessore Rinazzi, che ne fece installare una ventina, alcuni dei quali sono ancora al loro posto. Rimasti pressoché inalterati per quasi centocinquant’anni, anch’essi fanno parte della storia millenaria dell’acqua a Roma, ed ormai rappresentano un elemento peculiare e al tempo stesso familiare dell’arredo urbano della città.

Direttamente alla fonte

Roma, dunque, può ancora definirsi regina delle acque, soprattutto se si tiene conto che in un anno viene rifornita di quasi 500 milioni di metri cubi di acqua, considerata tra le migliori in Italia per qualità e purezza, e proveniente quasi tutta da sorgenti ben protette da qualsiasi forma di inquinamento.
L’acqua che esce dai rubinetti è sicura ed un buon sapore, mentre per chi non sa rinunciare all’acqua minerale ha l’opportunità di prenderla direttamente alla fonte, come – per fare solo qualche esempio – nel caso dell’acqua Egeria nella Valle della Caffarella e dell’Acqua Sacra nel quartiere Montesacro, riempiendo le proprie bottiglie dalle decine di cannelle distinte tra naturale e leggermente frizzante.

 

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